Coronavirus: cosa sta facendo e cosa sta sbagliando l’Italia

Il coronavirus non ha gambe. Viaggia sulle nostre. Quante volte lo sentiamo ripetere, per spiegare i provvedimenti di distanziamento sociale e lo stare rinchiusi in casa (da quando?). Ma dove arriva, e come si propaga al meglio?

Hubei vs Italia

In Cina, ampie zone della regione di Hubei, la cui popolazione è inferiore al 5% del totale nazionale, per far fronte all’epidemia sono state quasi completamente chiuse, sospendendo gran parte delle attività produttive, ricorda sul suo blog Lucio Picci, economista e professore ordinario di Politica economica all’Università degli studi di Bologna. Chiudere completamente un’area, per quanto estesa, è stato possibile – ragiona l’economista – perché il resto di quel Paese ha continuato a produrre anche quella zona e i suoi abitanti. La quarantena dell’Italia per come ora la conosciamo investe invece tutto il paese ed è il frutto di un processo che è stato necessariamente a tappe. Non solo: il lockdown, giocoforza, non è totale: i supermercati non solo sono aperti, ma per essere riforniti vedono una filiera produttiva ancora tutta in attività intorno a loro. La famosa lista dei codici Ateco delle attività produttive che restano aperte è un lungo elenco, troppo lungo per i sindacati di base e tanti lavoratori che hanno paura, troppo breve per Confindustria. “E una riduzione ancor più forte delle attività economiche causerebbe danni ben superiori rispetto al virus”, scrive Pucci, mentre le cronache parlano dei primi più o meno forti episodi di esasperazione sociale portata dalla povertà. “Sino a pregiudicare, a un certo punto, il funzionamento degli ospedali stessi”, dice l’economista.

Da un lato il “modello cinese”, quindi, con “”un solo luogo di possibile diffusione del virus, l’abitazione: se lì arrivava, li si fermava”. Dall’altro il modello italiano, che vede almeno due luoghi possibili di contagio: al casa ma anche il luogo di lavoro. E la metropolitana di Milano? Picci chiama quello italiano un possibile “modello ping-pong”. “La possibilità del ping-pong, che deriva dalla premessa che la vicinanza tra le persone comporta il rischio di infezione, e non il contrario, mi pare una buona sintesi (estrema e riduttiva di una realtà più complessa, d’accordo) dello scenario peggiore che abbiamo di fronte”. Vedremo, questo il ragionamento, quanto questo modello ping-pong sta incidendo sulla curva dei contagi.

I pericoli del ping-pong

Lo scenario peggiore “non è solo il “modello ping-pong”, ma quel che potrebbe seguirne: se inefficaci, i sacrifici che oggi accettiamo verrebbero contestati. E in quel tragico caso, la dannosa intolleranza che si respira oggi, in un classico meccanismo di azione e reazione, potrebbe alimentare un ben più scellerato eccesso: il “liberi tutti””, dice ancora Lucio Picci.

L’economista fa due proposte che ci sentiamo qui di rilanciare e condividere. Il risultato “tutti a casa” è stato raggiunto. Bisogna intervenire sugli oggettivi punti deboli del nostro modello, “per minimizzare il rischio di contagio dove questo è presente: principalmente, nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni. Nel secondo caso, per esempio, favorendo l’occupazione dei tanti appartamenti oggi liberi, per permettere innanzitutto ai lavoratori più a rischio di abitare per alcune settimane da soli”.

Perché, poi, non vengono fatte serie politiche di utilizzo del patrimonio immobiliare vuoto per medici e infermieri, per esempio? Per chi lavora nelle case di cura per anziani, che – ormai lo abbiamo capito – si candidano a luogo d’elezione e di strage per il coronavirus? Ospedali, pronto soccorso, ma anche case di riposo e cliniche sono i luoghi di lavoro dove il contagio si sta combattendo e dove il modello ping-pong sembra propagarsi al meglio.

E sono i luoghi dove gli operatori sanitari vengono lasciati spesso – raccontano le tante denunce che qui abbiamo cominciato a raccontare e che delineano un quadro senza scampo – in prima linea senza i dispositivi di protezione individuale (o con dispositivi di scarsa efficacia, come le mascherine chirurgiche e non ffp2 e 3 agli operatori del 118 – diventando a loro volta “untori” incolpevoli.

“Si è rimasti al modello rigido adottato inizialmente, che si è modificato solo per incremento di dose”, ragionava Picci una settimana fa. “Non si sono realizzati progressi nella produzione di dati di qualità, indispensabili per adottare soluzioni mirate e flessibili. Con inasprimenti successivi, si è attirata l’attenzione del pubblico, puntando il dito accusatore, verso comportamenti individuali – come il correre, o il camminare da soli in spiaggia – che non presentano rischi per la collettività, ma qualche beneficio: sia perché se si permette a qualcuno di star bene, è meglio per tutti, sia perché le case, se possibile e in sicurezza, vanno svuotate e non riempite. E il governante saggio sa che, soprattutto in tempi bui, è da stupidi prendersela con chi non fa danni”.

Photocredit © Sara Minelli

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