Controllo domiciliare

Abruzzo: 10 giorni per avere il risultato del tampone “così si perde la tracciabilità”

Se in Abruzzo la situazione del coronavirus non è così drammatica come nelle vicine Marche è in ogni caso un’emergenza sanitaria in crescita. A ieri erano 115 i morti e 1401 gli ammalati in totale del virus (compresi i deceduti), ma quello che è problematico è la difficoltà dei laboratori nell’analisi dei tamponi che arrivano molti giorni in ritardo. «Nel primo periodo come da disposizioni i tamponi venivano fatti solo ai sintomatici – spiega il presidente dell’Ordine dei Medici di Chieti Ezio Casale – nemmeno ai sanitari veniva fatto anche se erano venuti a contatto con malati covid. Il senso era quello non si poteva perdere forza lavoro visto che siamo in carenza cronica grazie ai tagli di tutti i governi senza eccezione». 

Questo secondo il dottore è stato il primo problema. Ora anche in Abruzzo si tende a fare i tamponi ai sanitari anche se asintomatici quando hanno avuto contatti con i positivi. Solo che i test vengono processati da due laboratori, l’Ospedale di Santo Spirito di Pescara e l’Istituto Zooprofilattico di Teramo che non reggono il carico di lavoro. Ieri sempre secondo i dati ufficiali ne sono stati fatti solo 218. 

Dieci giorni per il risultato di un tampone

«A Chieti alcuni pazienti devono aspettare anche 10 giorni prima di avere la risposta del tampone – racconta il medico – e se è positivo questo è un problema perché a quel punto risalire a tutti i contatti diventa difficile”. E i tempi sono sempre stati lunghi. «Un mio collega ha avuto la risposta dopo 14 giorni, dopo essersi fatto tutta la polmonite a casa e quando ormai, in realtà, stava recuperando”. 

Anche i soccorritori del 118 confermano che ormai le chiamate sono soprattutto per sospetti covid, febbre e problemi respiratori. «Noi i pazienti li trasportiamo e basta – spiega un operatore del 118 – non sappiamo poi cosa succede tranne in alcuni casi. Lunedì scorso abbiamo trasportato due pazienti anziani, entrambi con febbre e crisi respiratoria. Loro negavano di aver avuto contatti con persone positive ma noi li abbiamo trattati come covid e secondo me abbiamo fatto bene. Il dramma è che una delle due persone è morta e l’altra si è aggravata, ma dopo una settimana la famiglia ancora non aveva il referto del tampone. Siamo stati noi a dire loro di chiudersi in casa e io ho avvertito il medico di famiglia ma solo perché lo conoscevo. Ma la notifica di quarantena ancora dopo una settimana non c’era». 

Si prova a supplire con le Unità Speciali di Continuità Assistenziale

Da un’ordinanza del 20 marzo dovrebbero nascere anche in Abruzzo le USCA, Unità speciali di Continuità Assistenziale, ovvero equipe sanitarie che sono attive dalle 8 alle 20 per andare a domicilio di ammalati o sospetti covid. Sono unità di neo assunti coordinate dai medici di famiglia che dovrebbero partire a breve. L’assessorato alla sanità della Regione ci fa sapere che le prime, una ogni 50 mila abitanti, sono già attive. Ieri l’assessore alla salute Verì le annunciava alla rete di informazione della giunta SoS coronavirus. In merito ai ritardi l’assessorato ha spiegato a Covid Italia News che inanto sta nascendo un terzo laboratorio presso l’Università di Chieti per velocizzare l’analisi dei tamponi e che i ritardi, se ci sono stati, sono dovuti alle priorità: prima i pazienti più gravi e poi quelli con pochi sintomi. Nella realtà a Covid Italia News risulta che anche i sanitari, che per legge dovrebbero avere il risultato in 36 ore, lo ricevono con giorni di ritardo e a volte dietro insistenze. 

«Si è pagato l’abbandono della prevenzione e dell’igiene pubblica”

«In questa emergenza c’è stato un coordinamento tra i medici del territorio e i servizi di igiene pubblica – dice ancora Ezio Casale – abbiamo difficoltà a parlare con gli uffici, segnaliamo i sospetti ma non abbiamo il responso dei tamponi, a volte ci dobbiamo chiedere al 118 se ci fa sapere. Se ci sono ritardi del genere, che porta all’impossibilità di fare le indagini epidemiologiche, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Purtroppo di prevenzione non se ne parla più, non esiste più un ruolo dell’igiene e della sanità pubblica. Si sono trovati impreparati nel numero e nell’organizzazione e questo si è pagato e si sta pagando». 

(photo credit © Sara Minelli)

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