I medici Lombardi alla Regione: gestione tutta sbagliata, adesso i test rapidi

La gestione dell’emergenza sanitaria in Lombardia è messa in discussione dalla Federazione Regionale degli Ordini dei Medici in una lettera “All’avvocato Gallera”, come riporta l’intestazione riferendosi all’assessore alla salute della regione lombarda Giulio Gallera. 

I medici di base chiedendo un aggiustamento della strategia regionale e ribadendo che non è il momento per l’attribuzione delle responsabilità. Nonostante questo mettono nero su bianco delle accuse molto forti rispetto a come si è gestita l’emergenza covid. Certo, ricordano il grande impegno per ampliare i letti in terapia intensiva, ma lì si fermano. 

“Hanno trattato un’emergenza di Sanità pubblica come un’emergenza  unicamente ospedaliera di terapia intensiva”

Per il resto puntano il dito su falle molto precise: dalla mancanza di dati sul contagio visto che i tamponi vengono eseguiti solo ai pazienti ricoverati e ai deceduti in ospedale; il non aver creato zone rosse nelle aree più a rischio, la “confusa” gestione delle RSA e delle case di riposo che ha prodotto nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese. E ancora la mancata fornitura di protezioni individuali e il non aver fatto i tamponi agli operatori sanitari che sono diventati a loro volta diffusori. 

In sostanza, dicono i medici il contagio è stato trattato «come un’emergenza intensivologica quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica». È mancata la prevenzione quella che è definita attività di igiene pubblica che si sarebbe dovuta occupare degli isolamenti dei contatti, dei tamponi sul territorio a malati e contatti totalmente «assente» secondo la lettera. 

Vogliamo test rapidi per i sanitari e per far tornare al lavoro la popolazione

Nella seconda parte della lettera a Gallera l’ordine dei medici spinge per un uso massivo dei test sierologici rapidi. Sia per gli operatori sanitari che per la popolazione generale. Per far insomma tornare al lavoro la gente.

«Noi nel documento intendiamo fare anche un ragionamento per ripartire – dice a Covid Italia News Guido Marinoni presidente dell’ordine dei medici di Bergamo – se facciamo affidamento ai tamponi per far ripartire la macchina della sanità pubblica non ce la faremo mai, perché in Lombardia la loro disponibilità è estremamente limitata. Al momento sappiamo che ci sono 5500 tamponi al giorno che sono insufficienti. Quindi dobbiamo puntare sui test immunologici, che sono rapidi, che c’è disponibilità, hanno un costo basso e sono meno rischiosi per l’operatore che li esegue rispetto al prelievo rino-faringeo del tampone». La regione deve però ancora validare i test sierologici. Attualmente, sotto la guida dell’Università di Pavia si starebbero controllando 120 kit attualmente in commercio attraverso 22 centri abilitati per scegliere quello che darà i risultati più attendibili. Il governatore Attilio Fontana ha promesso il nuovo kit validato entro la fine della settimana. L’unico problema è che il test rapido sulle immunoglobuline verifica solo chi ha incontrato il virus e chi non l’ha incontrato e quindi chi non l’ha incontrato è sicuramente non contagioso chi l’ha incontrato non sappiamo se è lo è ancora contagioso perché positivo, a quel punto gli va fatto il tampone. 

Percorso lungo e complicato, ma è l’unico

«In ogni caso si possono fare agli operatori sanitari intanto per far tornare a lavorare quelli che non hanno mai incontrato il virus. Quelli che risultano aver incontrato il virus saranno sottoposti a tampone ma intanto riduciamo il numero di tamponi da fare – dice Marinoni – Ci rendiamo conto che la via di rientro è lunga e complicata però al momento non ce n’è un’altra poiché diversamente rischiamo la ripresa della malattia». 

Naturalmente aggiunge il presidente dell’ordine dei medici bergamaschi «Mantenendo le protezioni». Protezioni individuali che al momento sembrano mancare meno «soprattutto grazie alle donazioni di privati, singoli cittadini e non solo – racconta Marinoni – anche l’aeronautica militare ci ha donato delle mascherine. Dal livello istituzionale e dalla protezione civile devo notare però che è arrivato pochissimo».

Gli infermieri : non fanno i test per non chiudere i reparti

«I dpi arrivano con il contagocce – conferma Monica Trombetta rappresentante del sindacato degli infermieri Nursing Up della Lombardia – esclusivamente nei reparti covid dove abbiamo certezza di avere pazienti positivi. Al di là di quello non c’è nulla ne’ mascherine ffp2 o ffp3, ne’ calzari o sovracamici». Anche per l’altro fronte della prevenzione, quello dei tamponi il sindacato conferma che è molto difficile avere uno screening. «Lo fanno solo se qualcuno ha avuto la chance di farsi misurare la febbre in ospedale, altrimenti se scopri di avere la febbre a casa, ti lasciano in isolamento senza tampone. Figuriamoci agli asintomatici, lo abbiamo chiesto tante volte per i reparti dove c’erano covid ma non sono mai stati fatti».  Qual è il rischio? «Il rischio è quello di non monitorare il contagio e di farci diventare untori a nostra volta. Non è un caso se così tanti sanitari si sono ammalati».

Forse deriva anche da una mancanza di materiale per fare la diagnosi ? «Il mio sospetto è che non si facciano per far continuare a lavorare gli operatori sanitari fino a che non si ammalano, perché hanno paura, come è successo in alcuni ospedali, di trovare interi reparti positivi e di doverli chiudere».

Cecilia Ferrara
Collettivo Emera

photocredit © Sara Minelli

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