Quel pasticciaccio brutto del Pio Albergo Trivulzio

«In azienda continuano come se nulla fosse, spostano i pazienti di reparto in reparto, fanno ruotare gli operatori, mentre noi dipendenti siamo stremati. Dalle ore di straordinario, dal fatto che, siccome siamo dimezzati, ci fanno fare anche turni con tre notti di seguito, per lo stress, per tutti quei morti.. io sono a casa in attesa del tampone dopo una febbre, ma ogni volta che sento qualcuno da dentro mi viene da piangere, quindi figurati a chi è ancora dentro!» A parlare è Stefania da 15 lavora come operatore socio sanitario al Pio Albergo Trivulzio, nella RSA dove è in corso un’indagine della procura di Milano per capire la causa dei decessi, vicini ai 200, avvenuti all’interno nella casa di cura eccellenza del servizio pubblico socio-sanitario lombardo.

Il reparto PRINGE dall’ospedale di Sesto San Giovanni, il virus è entrato da lì?

Nella casa di cura con oltre 1000 ospiti secondo i sindacati il virus è entrato dal famoso reparto PRINGE, il reparto che accoglieva pazienti usciti dagli ospedali e che avevano bisogno di un periodo di riabilitazione prima di entrare in famiglia. Lì il 13 marzo sono entrati 17 pazienti e ora ne sono rimasti 7. Gli altri sono deceduti. «La direzione ha detto di aver preso queste persone dall’ospedale sapendo che non erano malati covid, ma come si faceva a sapere se non hanno ricevuto il tampone?» dice Rossella Di Curatolo, rappresentante CISL del “PAT” il Pio Albergo Trivulzio. «Tanto è vero che il primo medico che si è ammalato è stato in quel reparto, la prima caposala che si è ammalata è stata lì».

Sulle vicende accadute nel corso della crisi pandemica nella casa di cura per anziani milanese la procura indaga per epidemia colposa. Non è l’unica RSA finita nel mirino dei magistrati, i giudici hanno aperto 15 fascicoli relativi ad altrettane case per anziani lombarde, tra le quali quelle legate alla Fondazione Don Gnocchi dove ieri la Guardia di Finanza è andata per acquisire documentazione per le indagini. Nel registro degli indagati per il Pio Albergo Trivulzio è iscritto tra gli altri il direttore generale Giuseppe Calicchio e si stanno esaminando circa 190 morti sospette.

Per capire cosa sia successo alla Baggina (così è chiamato il Pio Albergo Trivulzio) è stata messa in piedi una Task Force ispettiva del Minsitero della Salute che assieme ai Carabinieri dei NAS e in teleconferenza con la dirigenza dell’Azienda e rappresentanti della Regione Lombardia ha intrapreso una prima ispezione presso la struttura. Uno dei punti più evidenti della vulnerabilità ancora una volta sembra essere questo reparto PRINGE dove sono stati inseriti 17 pazienti provenienti dall’Ospedale di Sesto San Giovanni, solo su tre di loro sarebbe stato eseguito il tampone (risultato negativo).

Il nodo dei tamponi. Non si facevano ai sospetti

I tamponi, secondo quanto dicono le organizzazioni sindacali, li stanno facendo solo da pochi giorni, sia agli operatori che agli ospiti. E questo è parte del problema perché a quanto riferisce a Covid Italia News una fonte dell’ATS i tamponi non venivano eseguiti neanche sui pazienti sospetti perché non era previsto dalle procedure regionali e dalle indicazioni ministeriali. Dal 3 aprile il Ministero della Salute ha emanato una circolare in cui si sollecitavano screening più estesi sia per i sanitari che nelle RSA, ma le indagini sulle positività stanno arrivando solo negli ultimi giorni.

“Non mettete le mascherine che allarmate gli ospiti”

L’altro punto del contendere sono i DPI, i dispositivi di protezione individuale. «Noi a partire dall’11 marzo abbiamo iniziato a chiedere le mascherine ufficialmente con una lettera alla direzione generale», dice la rappresentate della CISL. «Non è vero come stanno dicendo adesso che avevamo i dispositivi fin dal 24 febbraio, anzi impedivano di metterle». Le lettere si susseguono: il 14 marzo ne manda una la CGIL, il 16 marzo la CISL manda una seconda missiva in cui si chiede di dotare il personale di mascherine di protezione visto che la distanza di un metro dettata dai primi DCPM anticovid non poteva certo essere mantenuta con ospiti che andavano magari lavati, imboccati e fatti alzare. «I nostri lavoratori ci dicevano che, non solo non c’erano mascherine oppure restavano chiuse a chiave per impedire loro di prenderle, ma venivano minacciati di provvedimenti disciplinari quando se le portavano da casa». La direzione generale, secondo le organizzazioni sindacali, risponde che visto che gli ospiti stavano bene non era opportuno portare le mascherine per non spaventare gli anziani.

«Queste sono sciocchezze – dice l’operatrice socio sanitaria Stefania – noi sapevamo benissimo che eravamo noi che potevamo portare il virus dentro e i nostri ‘ragazzi’, io li chiamo così anche se sono novantenni, erano lucidi capivano benissimo quello che stava succedendo. Noi dipendenti eravamo minacciati di provvedimenti, una ragazza che aveva la tosse e si è rifiutata di togliersela, ma lavorava per una cooperativa esterna, è stata licenziata».

Le mascherine arrivano solo il 23 marzo dopo che la notizia era stata fatta uscire sul Corriere della Sera, ma è troppo poco troppo tardi.

Numeri truccati dei malati e dei deceduti

Il 27 marzo sono CGIL e CISL insieme a inviare una diffida in cui si denuncia che le mascherine ffp2 nei reparti con pazienti sotto osservazione non sono sostituite quotidianamente, gli operatori cambiano continuamente reparto favorendo così un’eventuale diffusione del contagio e che gli operatori sanitari segnalavano «che gli ospiti con patologie respiratorie gravi e febbre sono molti di più di quelli che vengono pubblicati sul Vostro bollettino ufficiale, nonché un aumento di operatori, medici, responsabili positivi e aumento di decessi per polmonite».

«Ci dicevano che morivano per polmonite batterica – dice la sindacalista della CISL – ovviamente senza tampone non si poteva dire che era covid, ma bastava fare una tac per vedere se c’era la polmonite virale, su entrambi i polmoni e si sarebbe saputo. Invece hanno sempre tenuto i lavoratori all’oscuro di tutto».

trecento lavoratori a casa con sintomi covid e due in terapia intensiva

Il risultato è che oggi ci sono circa 300 lavoratori su 1100 a casa con i sintomi del covid. E le dotazioni quelle per chi è a più alto rischio, tuta idrorepellente, calzari, occhiali, mascherine ffp2, sono arrivate solo a metà aprile. Il problema è sempre quello senza effettuare tamponi si può sempre dire che il covid non c’è in struttura e che sono state rispettate tutte le disposizioni Ministeriali e Regionali. Intanto secondo il bollettino di questi giorni sono circa 200 i pazienti in osservazione, tradotto sospetti covid, con un personale diminuito di un terzo e la polizia che viene un giorno sì e un giorno no, mentre due operatori stanno lottando tra la vita e la morte in terapia intensiva ammalati di coronavirus.

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