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Associazione Epidemiologi Italiani. Il picco? Un mito. Per riaprire dobbiamo essere sufficientemente pronti ad interrompere i focolai quando ci saranno

Oggi come non mai abbiamo imparato a conoscere l’importanza degli epidemiologi. Assieme ai virologi sono i protagonisti assoluti del tempo sotto pandemia e sono loro a cui chi ci governa si rivolge per effettuare le scelte di apertura e chiusura del lockdown. O almeno dovrebbe. Il 22 aprile scorso l’Associazione Italia Epidemiologia ha presentato un documento con 6 proposte/raccomandazioni in vista della Fase due che vanno dal rinforzo della sorveglianza attiva ad una messa in guardia sull’uso dei test sierologici per dare ‘patenti di immunità’.

Covid Italia News ne ha parlato con Lucia Bisceglia vice presidente di AIE (Associazione Italiana di Epidemiologia) ed epidemiologa dell’Agenzia Sanitaria pugliese.

 

Cosa ci dicono in numeri di questi giorni? C’è motivo per essere contenti vista la diminuzione dei numeri di morti, di terapie intensive e anche di nuovi positivi?

 

Evidentemente c’è un rallentamento della pressione del contagio anche se tutto sommato dopo tanti giorni di lockdown era legittimo aspettarsi qualcosa in più. Ci sono focolai sparsi in giro che continuano a produrre casi e quindi non è il momento di abbassare la guardia

 

Ma il picco lo abbiamo superato? E soprattutto cos’è il picco?

Il picco è un mito. Il fatto è che stiamo vedendo situazioni molto eterogenee tra loro: quello che succede in Lombardia è molto diverso da quello che succede in Puglia, in Campania o in Sicilia, ma anche da quello che succede in altre regioni del nord. Tendiamo giustamente a fare delle proiezioni nazionali, ma viceversa le situazioni epidemiche sono molto molto diverse tra di loro. Questo è un primo elemento di difficoltà nell’interpretazione del quadro. Vorremmo dare una visione di sintesi ma a partire dal riconoscimento dei focolai c’è una situazione estremamente eterogenea sia nella forza dell’epidemia che nelle sue caratteristiche. Oggi lo sforzo principale che dobbiamo fare come comunità scientifica è quello di tentare di comprendere chi sono questi nuovi casi, dove si stanno generando, a partire da quale situazioni, che cosa non funziona nelle strategie di contenimento della popolazione. Così potremmo intervenire fattivamente. Questo è più semplice nel regioni dove il contagio ha minor forza, molto meno dove il virus ha colpito più duramente. 

 

SI possono comunque fare delle previsioni di qualche tipo?

Più che delle previsioni secondo me la cosa utile è preparare degli scenari. Cioè in qualche maniera incrementare la nostra capacità di conoscere la dinamica epidemica degli ultimi 15-20 giorni per provare a disegnare degli scenari di sostenibilità delle misure di allentamento del lockdown. Oggi tutte le scelte di costrizione vanno contemperate con l’impatto sul contesto socio economico ma anche sulla rete socio-assistenziale perché, ad esempio, abbiamo limitato tantissimo l’accesso ai servizi sanitari per le prestazioni programmate. Questo è un motivo di ansia per chi deve utilizzare i servizi.  Quindi vanno trovate delle strategie di contemperazione che devono tener conto del fatto che ci sono focolai attivi e che, nel momento in cui non dovessimo essere in grado di esercitare un controllo fermo sul territorio e interrompere tempestivamente e fermamente le catene del contagio, potremmo dover tornare a misure ancora drastiche.

 

Che cosa si intende oggi per focolai attivi?

C’è una circolazione del virus sul territorio che risulta evidente dal fatto che si continuano a produrre nuovi casi, nonostante le misure di contenimento. Quindi qualunque ipotesi di gestione della fase due deve prevedere sia capacità di predisporre misure di distanziamento sociale, misure di igiene individuale e collettiva, ma anche una capacità di vigilanza sull’adeguamento degli ambienti di lavoro, dei trasporti e di controllo su queste misure. Altrimenti non riusciremo ad interrompere il contagio. Questo passa attraverso un rafforzamento strutturale dei servizi di prevenzione del territorio, che devono essere messi in condizione sia di esercitare le funzioni di controllo, ma anche quelle di sorveglianza epidemiologica per continuare a analizzare la misura del contagio e la sua evoluzione. 

 

Ma si possono fare delle ipotesi? se io le chiedo come si contagiano adesso, che risposta mi può dare?

Io posso riferire quello che leggo nella mia regione (Puglia ndr.) e immagino che possa essere trasferito anche ad altre situazioni. Ci sono focolai domestici che vuol dire che c’è stata una trasmissione da attività produttive considerate essenziali, quindi ancora aperte, verso le famiglie. Poi ci sono i focolai sanitari negli ospedali e nelle comunità ristrette come le RSA, che hanno determinato un grosso carico di casi nei giorni scorsi. In ogni caso quelli sono i tre setting: quello domiciliare, quello comunitario e quello lavorativo. Sappiamo che sono questi i contesti in cui si sta producendo il contagio. Su quello lavorativo e su quello sanitario possiamo agire attraverso delle misure da rispettare, dai dpi ai percorsi separati tra pazienti covid e non in ospedale etc. Ma sarà importantissimo riuscire a fornire dei criteri univoci, quindi delle linee guida per riconfigurare l’organizzazione del lavoro e renderla compatibile con l’interruzione delle catene di contagio.

 

Si parla anche di un contagio sommerso  che non riusciamo ad intercettare. La protezione civile ad un certo ha stimato dieci volte di più rispetto ai contagiati emersi. Che stime si possono fare?

 in questo momento noi non siamo in condizione di fare delle stime. Siamo in condizione di dire che cosa serve per conoscere queste informazioni su questo abbiamo fatto una serie di proposte sia dal punto di vista di eventuali studi di sieroepidemiologia, sia dal punto di vista di indagini che possono essere fatte sulla popolazione. Noi proponiamo una lettura integrata dei dati nazionali che possa incrociare una serie di indicatori che possono guidare nella lettura della dinamica epidemica e poi indicatori di livello regionale possono andare più nel dettaglio per capire come si sviluppano i focolai e come si possono prevenire. 

C’è un piano quindi per uno screening di massa non diagnostico con i test sierologici e come dovrebbe essere fatto? 

C’è una proposta di Piano Nazionale promosso e proposto da Istat e Istituto Superiore di Sanità. La nostra cautela rispetto a questi strumenti è legata al fatto che sappiamo che c’è un incertezza nei risultati. È per questo che nella nostra proposta abbiamo immaginato che questo possa essere preceduto da studi su campioni che ci facciano capire come funzionano i test.

L’unica cosa è che dobbiamo ricordarci che non si possono usare questi test a fini diagnostici e quindi usarli a garanzia di patente di immunità e per riaprire le aziende non può essere sostenuta.

 

 molte aziende lo stanno già utilizzando…

 Appunto. Il problema è che ci troviamo in una situazione nella quale dobbiamo imparare a confrontarci con l’incertezza è l’incertezza è grandissima in questa circostanza quindi sapere esattamente che cosa ci possiamo aspettare di sapere dalle varie attività è importantissimo. È  in questo quadro di incertezza che bisognerà assumere delle decisioni, con la massima cautela. Anche perché il rischio è quello di mettere nuovamente in crisi sistemi sanitari. Ovvio che ora non siamo più nella situazione in cui eravamo a febbraio a marzo, ma è comunque da scongiurare qualunque ipotesi di ripresa della curva epidemica.

Collettivo Emera

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