Fase 2: pronti, via! Le preoccupazioni dei sindacati e i dati dei contagiati sul lavoro

Ci siamo. Lunedì inizia la tanto agognata fase 2 e la riapertura delle aziende è al centro del programma dell’ultimo DPCM del 26 Aprile. Il presidente Giuseppe Conte ha spiegato che dal 4 maggio si inizierà con le attività all’ingrosso e dal 18 riprenderanno quelle al dettaglio di vario genere, poiché si deve avere uno sfogo della produzione. Da fine giugno si potrebbe entrare nella fase 3, che permetterebbe una preparazione al ripristino della normalità. Questo però succederà solo nel caso in cui la curva dei contagi continuerà a scendere in maniera costante e dipenderà dal rispetto delle direttive presentate nell’ultimo DPCM. Nel frattempo, l’Inps pubblica uno studio sull’incidenza dei contagi nelle province italiane che mostra che quelle con il più alto numero di attività essenziali aperte siano anche le più colpite dal Covid-19, con una differenza di 13 contagi in media in più al giorno. Questo non è un dato trascurabile, dato che la fase 2 punta proprio sulla ripartenza del lavoro in ambienti dove è facile che si creino assembramenti e difficile rispettare le misure di sicurezza.

Anche l’Inail ha pubblicato alla vigilia della Festa dei Lavoratori i primi dati dei contagi da coronavirus sul lavoro: più di 28mila contagi nel periodo tra la fine di febbraio e lo scorso 21 aprile, anche se il 72, 8% delle denunce proviene dal settore sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo…) e il 35% dalla Lombardia.

In previsione della ripartenza Elena Lattuada, segretario generale Cgil Lombardia, riassume in tre punti il loro programma: «Dal primo minuto abbiamo richiesto la chiusura generalizzata delle attività, anche con lo slogan #primalasalute. In secondo luogo, abbiamo criticato fortemente la regione Lombardia che si è schierata con Confindustria per tenere tutto aperto e per noi è colpevole dell’elevato numero di contagiati. Infine, abbiamo cercato di essere capillari nel territorio, confrontandoci con i prefetti e organizzando poi uno sciopero generale dei metalmeccanici».

Anche per Danilo Margaritella, segretario generale Uil Lombardia, la salute dei lavoratori deve avere sempre la precedenza. «Qui il contagio è stato devastante, perciò l’obiettivo di sicurezza e salute sarà perseguito anche in fase 2. Insieme all’associazione trasporti abbiamo fatto ricorso al TAR per l’ordinanza per cui nella consegna delle merci si poteva superare il perimetro dei codici Ateco, vincendo in I e II istanza. Non era lecito per la salute, e il commercio doveva essere solo per le cose essenziali, dato che ci sono stati veri e propri focolai nel settore. Questo è stato generato da poca sicurezza e troppo lavoro. Abbiamo firmato un protocollo nazionale, richiamato nell’ultimo DPCM che prevede sanzioni per le aziende che non lo rispettano. Quello è il nostro punto di riferimento».

Un’altra delle zone più colpite in Italia è la provincia di Pesaro nelle Marche. abbiamo chiesto a Roberto Rossini, segretario generale CGIL della provincia, quali sono state le problematiche maggiori per i lavoratori durante la fase 1: “Non sappiamo quante persone hanno contratto il virus durante il lavoro. La maggior parte delle persone che si è rivolta a noi ha parenti deceduti per coronavirus e vogliono sapere se sarà riconosciuto l’infortunio sul lavoro dall’Inail.” Continua poi: “Avevamo paura che potesse ripetersi la stessa situazione della Lombardia. Dato che la gente non voleva ammalarsi ma rischiava di perdere il lavoro, nella seconda metà di marzo abbiamo organizzato noi degli scioperi”. “Successivamente all’uscita della lista dei codici Ateco che potevano restare aperti relativi al DCPM del 14 marzo e dovendo applicare il protocollo di sicurezza sono sorte 2 criticità: capire quali fossero esattamente le aziende essenziali; e il problema dei controlli. Noi come sindacato abbiamo comunque un numero di ispettori limitato. Per questi motivi è stato difficile controllare o bloccare la produzione nelle aziende. Le richieste di controlli sono salite da 350 a 1400, oltre alle aziende che controllavamo già da prima. Il problema è che da anni viviamo una situazione di tagli alla sanità e per errore anche nostro si è puntato più sull’ospedalizzazione che sulla sanità territoriale. Con questa pandemia ora i nodi vengono al pettine. Voglio anche sottolineare che questa situazione avrà un impatto forte sui lavoratori, molti dei quali sono già in cassa integrazione in deroga.” Anche Mauro Giuliani, referente USB per la sanità nelle Marche, ha spiegato quali sono state le carenze delle aziende rispetto alle direttive della fase 1:” La stragrande maggioranza delle aziende non distribuiva i dispositivi di protezione, non poteva strutturalmente far mantenere le distanze di sicurezza e spesso c’era difficoltà anche nel reperire igienizzanti. Il 19 marzo come USB abbiamo fatto esposto perché c’era una circolare in Av5 che minacciava i dipendenti a non indossare mascherine perché poteva indurre a procurato allarme. Inoltre le indicazioni dell’Asul per chi risulta positivo sono spesso confuse, tant’è che diverse aziende hanno effettuato i tamponi tramite privati grazie a una delibera regionale, contrariamente alle indicazioni nazionali.”

Per quanto riguarda la fase 2, nel DPCM è scritto che alle regioni saranno richiesti quotidianamente i numeri dei contagiati e di segnalare risorse e mancanze di aziende e strutture ospedaliere, di modo da consentire un controllo capillare sul territorio.

I dati rilasciati dall’Inps mostrano che chi non si è fermato ha aumentato il contagio ed è evidente che se tante aziende non hanno potuto adattarsi durante la fase 1 per fattori strutturali, non lo saranno neanche a partire dalla prossima settimana.

Marco Lopetuso

 

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